ARGILLA ESPANSA SUL FONDO DEL VASO? SI O NO?

Qualche settimana fa mi sono lasciato scappare in una storia di Instagram che vedere argilla espansa (o equivalente materiale inerte grossolano) sul fondo dei vasi di coltivazione mi fa salire il crimine. Mi sono reso conto di aver scatenato il panico. Certe cose forse bisognerebbe esternarle con un po’ più di cautela.

Al di là delle mie convinzioni: porre uno strato di argilla espansa sul fondo del vaso è una pratica corretta? Fa bene o male alle piante?

Ancora una volta non chiedo atti di fede nei confronti di nessuno, men che meno del sottoscritto. Come sempre sarà la scienza a dirci se l’argilla espansa nel vaso va messa oppure no.

Prima di iniziare, cerchiamo di capire da dove deriva questa abitudine secolare e perché è così diffusa.

PERCHÉ METTERE ARGILLA ESPANSA SUL FONDO DEL VASO?

Risposta standard: perché lo dicono tutti… forum, blog, tutorial, anche qualche testo di una certa autorevolezza. ‘Porre del materiale grossolano sul fondo del vaso consente un migliore drenaggio’ e scongiura il rischio di marciume radicale (e conseguente morte della pianta), soprattutto in caso di bagnature eccessive (overwatering).

Ancor prima di verificare questa affermazione mi verrebbe da dire: “ … e se invece iniziassimo a bagnare correttamente le piante?” Ma soprattutto: “ … e se la smettessimo di utilizzare dei terricci scadenti e ci convincessimo tutti che una delle chiavi di successo per coltivare correttamente le piante è usare un substrato di ottima qualità?”. Voglio evidenziare che non ho detto buona, ho detto ottima qualità.

Terricci di ottima qualità per piante in vaso sono questi, in ordine di qualità crescente:

L’obiettivo della pratica in esame è comunque molto chiaro: dal momento che temiamo un ristagno eccessivo nella parte inferiore del vaso, sostituiamo questa porzione di substrato con del materiale grossolano e drenante in modo che le radici non stiano in ammollo.

 

COME DEVE FUNZIONARE UN SUBSTRATO DI COLTIVAZIONE

Creare una giusta miscela di coltivazione non è uno scherzo. Il processo produttivo di un substrato (che vi abbiamo mostrato in questo video) è solo la conclusione di un lavoro di ricerca e sviluppo che coinvolge competenze tecniche specialistiche e richiede prove ed analisi in laboratorio. Quando vedo qualcuno mescolare perlite o altri inerti a un nostro substrato mi sento un po’ dispiaciuto perché raggiungere una formula equilibrata ha richiesto molto lavoro e alterarla può essere solo controproducente.

Concentriamoci per un attimo sulle sole proprietà fisiche del substrato: il prodotto ideale deve garantire il giusto equilibrio tra acqua e aria nell’intorno dell’apparato radicale. Questo equilibrio si ottiene creando una miscela che presenti a livello microscopico una giusta quantità di interstizi (spazi vuoti tra le particelle del terreno) sia di dimensioni relativamente piccole che di taglia relativamente grande. Uso il termine ‘relativamente’ perché si tratta comunque di dimensioni difficilmente percepibili ad occhio nudo, in un caso e nell’altro. Per chi se lo fosse perso: ne abbiamo parlato anche di recente a proposito della subirrigazione.

 

Le particelle del terreno hanno forme irregolari che generano spazi (interstizi) più o meno grandi fra di esse: pori di maggiori dimensioni (macropori) allocano l’aria, mentre quelli più stretti (micropori) trattengono l’acqua grazie ai fenomeni di capillarità

 

Negli interstizi ‘piccoli’, chiamati micropori, il terreno trattiene l’acqua, grazie al principio fisico della capillarità. In quelli più grandi invece, i cosiddetti macropori, la capillarità non riesce a trattenere l’acqua che precipita verso il basso, subendo la forza di gravità. La capillarità è una forza inversamente proporzionale alla dimensione dell’interstizio: più piccolo è lo spazio e maggiore è la sua capacità di trattenere l’acqua.

Il fenomeno della capillarità fa risalire un liquido all’interno di un materiale assorbente, vincendo la forza di gravità

Le forze antagoniste di capillarità e gravità determinano quindi un alternarsi di spazi più o meno grandi dove troviamo rispettivamente aria e acqua. È ben noto che l’acqua sia indispensabile alla vita della pianta ma è meno diffuso il concetto che anche l’aria è importante per le radici e che in mancanza di questa componente esse non lavorano correttamente, incorrendo in asfissia. Questo succede in terreni molto argillosi (poveri di macropori perché costituiti da particelle di terreno troppo fini per creare interstizi ‘grandi’) oppure in terreni sommersi. La prova di questo è visibile in piante che si sono adattate agli ambienti paludosi, come nel caso di Taxodium distichum (Cipresso calvo delle paludi), un albero nativo degli Stati Uniti sudorientali e ormai diffuso in molte aree delle fasce temperate. Questa pianta, avendo scelto di adattarsi alla crescita in terreni perennemente coperti da acqua o comunque sempre saturi, ha sviluppato delle radici aeree chiamate pneumatofori che emergono dal terreno e dall’acqua per approvvigionare le radici dell’aria necessaria, un po’ come i boccagli che ci permettono di respirare mentre facciamo snorkeling.

Radici pneumatofore in Heritiera fomes, una specie di mangrovia

Ecco perché terreni poco drenanti (in gergo si definiscono ‘pesanti’) o eccessi di bagnature provocano asfissia e conseguenti marciumi radicali alle piante, spesso destinandole a morte certa. All’opposto, un terreno troppo ‘leggero’, come un terreno eccessivamente sabbioso, è così drenante da non trattenere l’acqua: certamente non avremo rischio di asfissia ma dovremo bagnare molto frequentemente.

In conclusione: un substrato di qualità deve garantire il giusto equilibrio tra potere drenante e ritenzione idrica, tra macropori e micropori.

 

L’ARGILLA ESPANSA SUL FONDO DEL VASO PUÒ AIUTARCI A SCONGIURARE IL RISCHIO DI RISTAGNO?

Cerchiamo di capirlo mediante l’analogia della spugna. Una spugna modellizza in maniera piuttosto esatta il comportamento dei liquidi nel terreno (acqua compresa) e in generale in tutti i materiali assorbenti. La spugna è infatti costituita da un materiale poroso che alterna interstizi di dimensioni diverse, proprio come i macropori e i micropori di un terreno.

Saturiamo una spugna immergendola e strizzandola nell’acqua, fino a saturarla di liquido. Estraiamola dal bacino e solleviamola: vedremo una buona quantità di acqua percolare e cadere verso il basso, sotto l’effetto della forza di gravità. Questa è l’acqua che scorre fuori dai fori di drenaggio del nostro vaso dopo una bagnatura profonda.

In un materiale assorbente la forza di gravità strappa i liquidi alla capillarità portandoli verso il basso

Dopo alcuni secondi, possiamo notare che questo flusso di acqua in uscita inizia a ridursi perché la forza di gravità comincia a subire il contrasto delle forze di capillarità, presenti soprattutto a livello di interstizi più piccoli, dove essa è più forte e riesce a trattenere l’acqua in maniera più marcata.

Ad un certo punto la spugna smetterà di gocciolare. Buona parte dell’acqua sarà stata persa sotto l’azione della gravità ma è evidente che la spugna sarà ancora umida: una quota dell’acqua presente inizialmente si trova infatti annidata negli interstizi più minuti, spazi nei quali la capillarità è più forte della forza di gravità.

In conclusione, abbiamo osservato l’azione di due forze in contrasto tra loro:

  • La capillarità, che esercita una spinta verso l’alto sull’acqua, trattenendola all’interno del materiale assorbente.
  • La gravità, che all’opposto esercita una spinta verso il basso sull’acqua, facendola defluire.

Guardando con attenzione scopriamo anche un altro aspetto curioso del fenomeno: sembra che la parte superiore della spugna sia più asciutta e che, viceversa, la parte bassa della spugna sia più zuppa. Questa osservazione è corretta.

In condizione di equilibrio è ben visibile la zona di saturazione sulla parte inferiore della spugna

Come mai non c’è una condizione uniforme di umidità all’interno della spugna? Come mai queste forze hanno equilibri diversi nella parte alta e nella parte bassa della spugna? Anche a questa domanda risponde la fisica: nella parte alta della spugna la gravità è più forte (per essere precisi è maggiore l’energia potenziale gravitazionale U=m⋅g⋅h) che nella parte bassa: in alto la gravità riesce a ‘strappare’ più acqua alla capillarità di quanto non riesca a fare nella zona inferiore della spugna. Ciò fa sì che il fondo della spugna sia zuppo. Questa zona è facilmente visibile anche a occhio nudo e può essere denominata ‘zona di completa saturazione’, mutuando il termine italiano dalla pedologia (la scienza che studia i suoli); avendo riferimenti bibliografici in lingua inglese non so bene come definirla altrimenti.

 

CHE EFFETTO OTTENIAMO DISPONENDO DEGLI INERTI GROSSOLANI SOTTO LA SPUGNA?

È facile intuire che, appoggiando la spugna sopra ad uno strato di argilla espansa, tutto ciò che abbiamo stabilito poco sopra non cambierà: la zona di saturazione sarà comunque presente ma con l’effetto di posizionarsi più in alto rispetto a prima. La forza di gravità, infatti, sfugge al nostro controllo e non ne possiamo alterare gli effetti.

Abbandoniamo ora l’analogia della spugna e ripetiamo l’esperimento utilizzando argilla espansa (o in alternativa un inerte grossolano equivalente) e del substrato. Per effettuare un’analisi differenziale possiamo procedere con la costruzione di tre campioni in vasi trasparenti e dotati di fori per il drenaggio dell’acqua:

  • campione 1: riempito di solo terriccio, senza fondo di inerti
  • campione 2: dotato di uno strato inferiore di inerte del tipico spessore (2-4 cm.)
  • campione 3: estremizzato, dotato di uno strato di inerte alto (6-8 cm.)

Perché l’esperimento sia valido occorre che in tutti e tre i campioni il livello del terreno alla sommità si equivalga. Bagnamo quindi fino a saturare il substrato e attendiamo qualche minuto che l’acqua termini di scolare all’esterno dei campioni.

ssss

Il risultato dell’esperimento non lascia spazio a dubbi. La zona di saturazione si crea nella parte inferiore dello strato di terriccio, esattamente come modellizzato dalla spugna, e non risente della presenza o meno dell’inerte sul fondo. Il suo spessore è invariante nei tre campioni e l’unico effetto apportato dall’argilla espansa è quello di spostare verso l’alto la zona satura di acqua.

Gli unici contributi che lo strato di argilla espansa sul fondo potrà apportare al resto del substrato sono:

  1. La riduzione del volume di terriccio disponibile per l’apparato radicale
  2. Lo spostamento della zona di completa saturazione verso l’alto

Questi effetti a loro volta fanno emergere altre problematiche piuttosto serie:

  1. Ridurre il volume di substrato nel vaso, cedendone una parte all’argilla espansa, non è una buona idea: si traduce in un minor spazio disponibile per lo sviluppo dell’apparato radicale e conseguentemente dell’intera pianta.
  2. Come secondo effetto della riduzione del volume occupato dal substrato avremo una diminuzione dell’umidità disponibile per la pianta che incorrerà più facilmente nel rischio di disseccamento o di stress idrico.
  3. L’effetto più grave è però relativo all’innalzamento della zona di saturazione che viene spinto più vicino alle radici: queste rimarranno perciò umide più a lungo, con un conseguente aumento dei fenomeni di marciume radicale e asfissia.

CONCLUSIONE

Disporre uno strato di argilla espansa o materiale inerte grossolano sul fondo del vaso di coltivazione non apporta alcun beneficio alla pianta. Anzi, così facendo otteniamo un peggioramento delle condizioni di idratazione del substrato, aumentando (e non diminuendo) il rischio di ristagni e marciumi radicali.

Questo fatto è ben noto ai tecnici agrari che mai si sognerebbero di consigliare tale pratica ad un professionista: la prova è che in milioni di piante coltivate dai florovivaisti non si è mai visto (ne mai si vedrà) mettere alcun tipo di inerte sul fondo di un vaso di coltivazione. La scelta di un substrato di qualità risulta sufficiente a garantire il drenaggio di tutta l’acqua in eccesso anche in caso di piogge prolungate nei vivai; ancora: la stessa qualità professionale del terriccio assicura al vivaista una giusta riserva idrica che possa evitare l’incorrere di siccità (e conseguente stress sulla pianta) negli intervalli tra una bagnatura e la successiva.

Molte persone trovano difficoltà nel coltivare con successo piante in vaso (in appartamento ma anche in esterno) e spesso temono di non avere il pollice verde. Beh, vi svelo un segreto: il pollice verde non esiste, esistono solo pratiche corrette e materiali di qualità, uniti ad un minimo di dedizione e studio. Se non stai usando un terriccio di qualità professionale è sempre un buon momento per iniziare e puoi farlo provando i nostri prodotti a marchio Florenter.

C’è un’ulteriore nota conclusiva che non si percepisce dal risultato dell’esperimento ma è facilmente intuibile: non importa quanto grande sia il vaso di coltivazione, la forza di gravità e le forze (adesive e coesive) di capillarità agiscono indipendentemente da questo parametro. A parità di substrato e di acqua somministrata, l’altezza della zona di saturazione non cambia al variare della dimensione del vaso.

 

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

4 replies on “ARGILLA ESPANSA SUL FONDO DEL VASO? SI O NO?

  • Rinaldo CITTERIO

    Interessantissimo e “rivelatore” l’articolo sull’argilla espansa da mettere o non mettere al fondo dei vasi !!
    Bravi, continuate così !

    Rispondi
  • pietro donagemma

    Ho letto con piacere le precisazioni e suggerimenti forniti.
    Il problema c’è anche nell’orto in relazione al tipo di terreno + o – drenante?
    Anche nell’orto è necessario o utile usare Florenter?
    Grazie e saluti

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    • Valentina Forgione

      Ciao Pietro, ottima domanda! Va innanzi tutto fatta una distinzione tra piante coltivate in contenitore che hanno quindi un volume limitato dal contenitore e la coltivazione in pieno campo, come può essere quella che si porta avanti in un frutteto, in un aiuola del giardino o nell’orto. In questo secondo caso il volume di substrato di substrato a disposizione è potenzialmente infinito in quanto non ci sono contenitori a limitarlo. A differenza della coltivazione in contenitore non sempre ci è possibile scegliere la natura del substrato perché il terreno è quello che la natura offre in una determinata zona. Potremmo quindi trovarci in presenza di terreni argillosi, pesanti, asfittici, in questo caso è bene ammendare il terreno correggendolo e alterandone la struttura a nostro favore. Il caso più frequente è proprio quello di terreni argillosi ai quali si può miscelare del terriccio di buona qualità in modo da rendere il suolo permeabile ed evitare di conseguenza i tanto temuti ristagni. La quantità di substrato correttivo da miscelare in funzione della “pesantezza” del terreno originario 🙂

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