Come nasce un substrato? 🤔

Acquista subito il terriccio giusto!

Signori e signore oggi grande evento!

L’azienda Florenter, produttrice di terricci di alta qualità per il settore professionale ed hobbistico ci apre le porte della sua struttura permettendoci di guardarci un po’ in giro.

Chi non si è mai chiesto qual è la differenza fra un terriccio e l’altro? A cosa serve usarne di diversi tipi? E ancora, come vengono conservati prima che arrivino a noi? Come funziona l’impacchettamento?

Le domande sono tante ma non vi preoccupate, siamo qua per rispondere a tutto!

Approfittiamo quindi di questa occasione per guardare da vicino questo mondo non troppo conosciuto, vedrete, non rimarrete delusi 😉

 

I terricci di alta qualità

Partiamo dalle basi: un terriccio per potersi considerare di alta qualità deve avere delle caratteristiche ben specifiche, che sia professionale o hobbistico non fa differenza, la qualità di base deve necessariamente rimanere la stessa.

Caratteristiche di un substrato professionale o hobbistico di alta qualità:

  1. Sanità della miscela
  2. pH stabile e subacido
  3. buona capacità per aria e acqua
  4. bassa salinità.

 

Materiali coadiuvanti

Come dicevamo non esiste materia prima che da sola sia perfetta, che si parli di torba, fibra di cocco o compost, per questo motivo vengono integrati altri materiali atti a sopperire alle carenze chimico-fisiche della base. Questi materiali minerali o organici sono definiti “coadiuvanti” oppure, molto eloquentemente, “integratori”.

Sono materiali che da soli non avrebbero quasi utilità o che, addirittura, potrebbero comportare dei danni, ma che unite nella giusta quantità e miscela al substrato garantiscono miglioramenti non da poco.

Questi materiali sono davvero tantissimi ma si possono dividere in 3 macro aree:

  1. Sostanze organiche;
  2. sostanze minerali;
  3. materiali plastici.

 

Sostanze organiche

Iniziamo a scoprire quali sono le sostanze organiche più utili che possiamo trovare nei substrati che utilizziamo quotidianamente.

 

Torba

Un inchino alla signora torba, principessa degli ingredienti utilizzata per costituire i substrati utilizzati in ambito agricolo e florovivaistico. Recentemente altri materiali hanno tentato di subentrare al suo posto nella composizione dei terricci ma questo materiale è davvero difficile da battere, essendo la torba un elemento quasi indispensabile nella maggior parte delle formulazioni.

Le torbe sono dei materiali di natura organica, hanno grado di maturazione e colorazione diversi ma ci interessa capire a grandi linee il loro comune processo di formazione.

La torba si origina in zone umide e acquitrinose chiamate torbiere. Ne sono ricche le regioni baltiche, la Scandinavia, la Russia, l’Irlanda, il nord America e alcune zone della Florida come le Everglades. L’elenco potrebbe essere molto più lungo e anche in molte zone d’Italia è possibile ammirare questi delicati ed affascinanti ecosistemi, non troppo lontano da dove ci troviamo noi ora, sul lago di Iseo, è possibile ammirare delle bellissime torbiere.

Pensate solo che il 3% circa delle terre emerse è occupato da depositi di torbe, si tratta di circa 4 milioni di Kmq. Eppure, sappiamo ancora così poco della torba!

Insomma, le torbiere e quindi la torba, occupano un’area non trascurabile del nostro pianeta, ma com’è che si vengono a creare? Il processo di formazione delle torbe è a grandi linee il seguente: in queste zone acquitrinose i resti della vegetazione morta (di solito cannicciati, carici, giunchi, sfagni, ecc.) cadono nell’acqua e qui sprofondano strato sotto strato, in condizioni di anaerobiosi (data all’assenza d’ossigeno subacquea) e acidità, fattore quest’ultimo che ne impedisce l’avanzamento della decomposizione, la quale resta così parziale.

È il primo stadio della formazione del carbone, che non va incontro però a fossilizzazione.

Una torbiera vergine apparirà come una sorta di distesa di erbe rade, una brughiera, magari con qualche betulla qua e là. La prima fase della nuova apertura di una torbiera prevede quindi il taglio raso di alberi e arbusti eventualmente presenti e lo scotico dei primi 20-30 cm di superficie.

Fatto ciò inizia il processo di estrazione delle piote o mattonelle di torba, vale a dire delle porzioni di “terra di torbiera” costituite proprio dai materiali sopra descritti.

 

Le torbe sono quindi materiali che differiscono tra loro per grado di maturazione (e conseguentemente colore: più chiare = più giovani) e per morfologia (essenzialmente dovuta al materiale vegetale di partenza).

 

Problema ecologico

L’estrazione della torba comporta un determinato iter che, negli ultimi tempi, è stato messo sotto la lente d’ingrandimento degli ambientalisti i quali vorrebbero fortemente l’ingresso di altri materiali che vadano a sostituire l’utilizzo della torba. Questo avviene perché le torbiere sono ecosistemi molto fragili che costituiscono un biotopo inclusivo di flora e fauna, delicatamente equilibrate fra loro (pensate che, alle torbiere del Sebino, non vi sarà permesso portare con voi il nemmeno il vostro cane, per evitare che possa alterare la tranquillità e l’equilibrio del luogo).

A loro difesa i rappresentanti del mondo florovivaistico asseriscono che soltanto il 10% delle torbe estratte vengono utilizzate per scopi agrari, infatti la maggior parte delle torbe estratte vengono ancora utilizzate dalle popolazioni rurali per riscaldarsi, infatti questo materiale, una volta bruciato, viene utilizzato per creare calore.

Se siete soliti apprezzare i whiskey torbati o il salmone affumicato, vi svelerò una piccola curiosità: questi processi avvengono proprio utilizzando i fumi derivanti dalla combustione delle torbe. Addirittura, nel nord Europa, non è insolito trovare delle vecchie abitazioni tipiche costruite proprio con le piote di torba!

 

La fibra e il midollo di cocco

Un materiale che potrebbe andare a sostituire o integrare l’utilizzo delle torbe è la fibra -o midollo- di cocco. Questo componente viene ricavato dalla macinazione del mesocarpo della noce di cocco, esattamente lo stesso che normalmente viene utilizzato per scopo alimentare.

Facciamo un pochino di chiarezza, cos’è il mesocarpo? È semplicemente una parte specifica della noce di cocco:

  • esocarpo: si riferisce alla buccia, nota col suo colorito rosso-brunastro e la texture liscia;
  • mesocarpo: molto fibroso e collegato al guscio;
  • endocarpo: il guscio coriaceo che racchiude il tutto.

Di tutto il frutto soltanto la parte più interna è adatta alla macinazione in quanto è protetta da uno strato fibroso e leggero, ideale per questo tipo di lavorazione. I mesocarpi delle noci di cocco vengono quindi prima preparati tenendoli a bagno, dopodiché vengono sminuzzati e macerati attraverso dei martelletti, questi impianti dopo dividono le fibre più lunghe (fibra di cocco), dai pezzetti più ridotti (midollo di cocco).

Questo materiale inizialmente presentava dei problemi legati alla salinità, cosa poco adatta ad un componente di un substrato, quindi si è studiato un processo specifico che lo portasse ad essere utilizzabile senza problemi:

  1. Il mesocarpo viene ammorbidito macerando le noci di cocco, senza seme ed endocarpo in vasche piene d’acqua;
  2. I martelletti dei mulini frantumano il mesocarpo permettendo di dividere la fibra lunga da quella corta;
  3. Il tutto viene compostato;
  4. Per eliminare l’eccessiva salinità viene poi lavato in acqua dolce;
  5. Il materiale lavato è sottoposto a setacciatura per eliminare le particelle di polvere;
  6. Si procede quindi con l’asciugatura;
  7. Infine si comprime il tutto in blocchi o lastre, in modo da poterlo poi trasportare con facilità.

 

Ammendante compostato verde (compost)

L’ammendante compostato verde, spesso chiamato imprecisamente “compost” è il risultato della decomposizione di materiale biodegradabile esclusivamente vegetale (scarti di potatura, sfalci di tappeti erbosi, ecc). Il nostro compost è di qualità verificata, periodicamente controllato ed attestato dagli enti ministeriali preposti all’utilizzo in agricoltura biologica.

NB: per avere il benestare a tale utilizzo, un substrato deve avere TUTTI gli ingredienti certificati come tali.

A differenza della composizione della torba, la quale utilizza un processo anaerobico, i processi costitutivi dell’ammendante avvengono in situazioni di aerobiosi (quindi in presenza di ossigeno), infatti i grandi mucchi di questo materiale vengono spesso rimestati con una pala meccanica in modo da essere rivoltati e arieggiati adeguatamente. È una reazione fortemente esotermica, tanto che in inverno si possono vedere i mucchi di ammendante fumare mentre espellono il vapore acqueo.

Il processo per la creazione di questo utilissimo componente non è complicato:

  1. Si parte dal materiale verde opportunamente preparato e sminuzzato,
  2. si separa la parte più fine dal sovvallo (materiale di scarto) che può essere scartato o reinserito a monte del sistema.

Si ottiene quella che sembra una terra di bosco, pensate che ha perfino un buon profumo, infatti il compost non deve assolutamente male odorare! La sua colorazione tipica è scura, indice della sua ricchezza di sostanze nutritive, in particolare di humus che è una componente molto attiva della sostanza organica.

 

Cortecce

Questo materiale sicuramente non ci è nuovo, tutti lo conosciamo e non ha certo bisogno di presentazioni. Quello utilizzato nei terricci è un sottoprodotto della lavorazione del legno e generalmente deriva da svariate specie arboree fra le quali abete, quercia, pino, ecc.

A seconda dell’età della corteccia possono cambiare anche le sue proprietà:

  • Acerba: porosa, leggera, drenante ma dannosa in quanto rischia di stressare la pianta rubandole l’azoto dal terreno;
  • Compostata -matura-: funge da perfetto tampone naturale.

Ad esempio un famoso utilizzo per la corteccia è quello che se ne fa per le Orchidee epifite, dove questo materiale è perfetto per sorreggere le loro radici.

Come accennavamo prima invece la corteccia giovane va a rubare azoto alla pianta, per questo motivo, anche se utilizzerete un concime a base d’azoto la pianta ne sarà sempre carente, causandole svariati problemi. Discorso che viene meno quando però si parla di piante acidofile (es: azelee, rododendri, eriche).

Il compost di corteccia invece può rivelarsi davvero un asso vincente in quanto è in grado di ridurre gli sbalzi del pH durante la coltivazione e trattenere ed in seguito rilasciare lentamente elementi nutritivi preziosi come il potassio, il magnesio, il calcio, il magnese ed il ferro.

Infine secondo uno studio svolto in Germania agli inizi degli anni ’90, la corteccia compostata inserita all’interno di un terriccio può aiutare a prevenire alcune patologie radicali.

Può rivelarsi ottima in grana grossa per le opere di pacciamatura nelle aiuole.

 

Lolla di riso

La lolla di riso o pula di riso non è fra i materiali più conosciuti ma è sicuramente interessante. Non si annovera fra i migliori coadiuvanti per quanto riguarda l’apporto chimico, essendo composta da materiali inerti o di difficile decomposizione, senza contare che anche lei si annovera fra i ladruncoli di azoto. Al contempo però conferisce al terriccio una buona morbidezza e capacità per l’aria, inoltre è ricca di silicio e di potassio.

Si rende spesso utile quando utilizzata per le piante d’esterno, mentre per ragioni estetiche non è consigliabile per le piante d’appartamento.

 

Foglie di faggio, robinia, leccio

Queste foglie dalla lamina grande sono ideali per dare al substrato una buona respirazione, sofficità e leggerezza. È importante però che vengano usate appena raccolte e intere, senza però venire macinate.

Danno un buon apporto di potassio mentre non sono efficaci per quanto riguarda fosforo e azoto.

Queste foglie generalmente non vengono più utilizzate per la produzione di substrati, questo perché portano con loro una grande criticità: spesso sono portatrici di uova di insetti i quali poi schiudendosi causano problemi.

 

Foglie di pino

Le foglie pino non vanno tutte bene, le uniche adatte a diventare parte dei terricci sono quelle di pino silvestre, pino nero e pino strobo, in quanto le altre varietà contengono sostanze fitotossiche.

Il punto di forza di questo materiale è la capacità di rendere molto arieggiante e drenante il terreno.

Se ne consiglia l’utilizzo quanto le foglie sono ancora fresche e magari prima è bene macinarle leggermente. Attenzione però anche qua alle uova d’insetto che potrebbero nascondersi ben bene fra un ago e l’altro!

 

Sfibrato di paglia

Ecco un altro poco conosciuto a livello hobbistico, non per niente, anche come composizione, somiglia molto alla lolla di riso.

Viene utilizzato nella piantagione in esterno e bisogna sempre prestare attenzione al furto di azoto.

 

Sostanze minerali

Passiamo adesso alla seconda macro categoria!

 

Sabbia

Prima di tutto urge specificare che comunemente quando si parla di sappia in floricultura non ci si riferisce anche a quella che possiamo trovare sulle spiagge, infatti ci si rifà espressamente a sabbia silicea di fiume, di dimensioni variabili fra 0.2 e 2,0mm.

Ottima per rendere il suolo poroso a meno che non venga aggiunta alla torba in quanto tende a separarsi da esse e cadere verso il basso all’interno del vaso. Viene utilizzata anche per appesantire i vasi per evitare che quando la pianta cresce rischi di ribaltarsi.

Viene spesso utilizzata nel terriccio per le cactacee e anche nei terricci per la formazione dei tappeti erbosi.

 

Argille

Utilizzati sotto forma di scaglie questi minerali fini possono rivelarsi davvero utili. In particolare sono in grado di trattenere sodio, potassio, magnesio e calcio per poi lasciarle andare nel terreno con una certa lentezza.

Inoltre ottimizzano la gestione deli livelli di umidità del terreno, rendendo più difficile le disidratazioni rapide che possono incorrere specialmente durante i mesi caldi.

 

Agriperlite

Questo nome non vi dice niente? Si tratta di un minerale ricavato da rocce vulcaniche frantumante, setacciate e poi per far sì che l’acqua contenuta all’interno evapori rompendole in parti ancora più piccole, vengono portate ad una temperatura di 1800°C.

La sua funzione è quella di rendere il terreno più leggero, dare più spazio all’aria e aumentare il potere drenante.

 

Vermiculite

Veniamo adesso ad un materiale considerabile quasi “di lusso” per via del suo prezzo alto se paragonato agli altri materiali.

Come le sabbie silicee anche la vermiculite è un minerale facente parte dei silicati e quindi è ricca di magnesio, alluminio e ferro. È caratterizzata da una struttura simile a quella di una spugna ottenuta attraverso il riscaldamento a 1000°C che provoca l’esplosione del materiale, conferendo una struttura molto porosa.

I suoi punti di forza sono: trattenere l’acqua fino a 5 volte il suo peso, elevata capacità di arieggiamento e una forte funzionalità come tampone.

 

Pomice (lapillo vulcanico)

Ecco un altro minerale di origine vulcanica che può (ma non è sempre detto sia così), contenere buoni livelli di potassio, ferro, magnesio, sodio, magnese ed altri ancora.

Grazie alla sua struttura molto porosa riesce a migliorare la microporosità dei terricci, soprattutto dà drenaggio fornendo una superficie più ariosa alla miscela, permettendo all’acqua di scolare meglio evitando così i terribili ristagni idrici. La pomice è ideale per i substrati di radicazione e taleaggio, però state attenti, deve essere in grana piccola!

Pensate anche che è proprio la pomice a dare al nostro caro Florenpot le sue ottime proprietà drenanti.

 

Materiali plastici

Questa è una categoria ormai inusuale, infatti vi troviamo unicamente il polistirolo espanso che non è più utilizzato per via delle ripercussioni eccessivamente negative che aveva a livello di inquinamento del terreno.

 

Polistirolo espanso

Estremamente leggero ed economico veniva impiegato per regolare le proprietà drenanti del terreno.

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