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Cura delle piante

Se cammini lungo i fossi o ai margini dei campi nella campagna italiana, potresti incontrare una pianta discreta ma sorprendente. Le sue foglie sono eleganti, di un verde lucido attraversato da venature chiare quasi marmorizzate. Spuntano in autunno, restano rigogliose per tutto l’inverno e poi scompaiono proprio quando arriva la stagione in cui tutte le altre piante iniziano a crescere.

Si chiama gigaro, o Arum italicum, ed è una delle specie più curiose della flora mediterranea. Bella da osservare, affascinante da studiare e, come spesso accade in natura, anche potenzialmente letale.

! attenzione: si tratta di una pianta altamente tossica

Arum italicum
Arum italicum

Arum italicum: una pianta che vive sotto terra

Il gigaro appartiene alla famiglia delle Araceae, la stessa delle calle ornamentali. È una pianta erbacea perenne che sopravvive grazie a un grande rizoma sotterraneo, una struttura carnosa che funziona come riserva di energia.

Dal punto di vista botanico è classificata come geofita rizomatosa. In pratica significa che durante la stagione sfavorevole tutta la parte visibile della pianta scompare e le gemme rimangono protette sotto terra. Quando arrivano le condizioni favorevoli, il rizoma produce nuove foglie e nuovi fusti.

È una strategia molto efficace. Mentre in superficie sembra che non ci sia nulla, sotto terra la pianta sta semplicemente aspettando il momento giusto per ricominciare.

Rizomi dell'Arum italicum
Rizomi dell’Arum italicum

Dove cresce il gigaro

Il gigaro predilige ambienti umidi e ombrosi. È una presenza abbastanza comune lungo fossi e canali, ai margini dei campi coltivati e nei boschi. Non è raro incontrarlo anche nelle siepi di campagna o nei vigneti e negli oliveti, dove trova l’ombra e l’umidità di cui ha bisogno.

Spesso cresce insieme ad altre specie tipiche del sottobosco mediterraneo, come edera, rovo e felci. In questi ambienti si formano piccole comunità vegetali molto ricche, dove ogni pianta occupa una nicchia precisa e contribuisce all’equilibrio dell’ecosistema.

Una pianta che cresce quando le altre dormono

Una delle caratteristiche più sorprendenti del gigaro è il suo ciclo stagionale. A differenza della maggior parte delle piante europee, non cresce principalmente in primavera ed estate.

Il suo momento arriva molto prima.

Tra ottobre e novembre dal terreno spuntano le prime foglie. Sono foglie sagittate, spesso trilobate, di un verde intenso attraversato da venature più chiare che creano un disegno quasi decorativo. Crescono rapidamente e formano ciuffi che ricoprono il suolo nudo.

Durante l’inverno queste foglie restano verdi e attive. Mentre molte altre piante sono in riposo vegetativo, il gigaro continua a fotosintetizzare e ad accumulare energia nel rizoma sotterraneo.

Con l’arrivo della primavera, invece, il ciclo si ribalta. Le foglie iniziano a ingiallire e scompaiono proprio nel momento in cui la pianta entra nella fase più spettacolare: la fioritura.

Il fiore del gigaro: una piccola trappola naturale

Il fiore del gigaro ha una struttura molto particolare, tipica delle Araceae. All’esterno si vede una spata, una specie di cappuccio di colore verde-giallastro che avvolge la parte interna. Al centro si trova lo spadice, una struttura cilindrica che contiene i veri fiori.

La disposizione dei fiori è estremamente precisa. Alla base si trovano i fiori femminili, mentre poco più in alto si trovano quelli maschili. Tra le due zone compare una fascia di fiori sterili, insieme a sottili filamenti che funzionano come piccole barriere.

Questo sistema ha uno scopo molto preciso.

Il fiore emette un odore piuttosto sgradevole per il naso umano, simile a quello della materia in decomposizione. L’odore attira mosche e altri piccoli insetti che entrano nella spata. Una volta dentro, però, i filamenti impediscono loro di uscire immediatamente.

Durante questa permanenza forzata gli insetti vengono ricoperti di polline e, quando riescono finalmente a liberarsi, lo trasportano verso un’altra pianta.

È un meccanismo raffinato che permette alla pianta di evitare l’autoimpollinazione e favorire l’incrocio genetico.

Fiore dell'Arum, Manuel García González, via Wikimedia Commons
Fiore dell’Arum, Manuel García González, via Wikimedia Commons

Una pianta che produce calore

Il nome scientifico Arum deriva probabilmente dal greco aron, che significa “calore”. Non è un caso.

Durante la fioritura lo spadice produce infatti un fenomeno chiamato termogenesi. La temperatura all’interno della spata può salire di diversi gradi rispetto all’ambiente circostante, talvolta anche di dieci gradi.

Questo calore aiuta a diffondere meglio gli odori che attirano gli insetti e rende l’interno del fiore un ambiente più favorevole per i piccoli impollinatori. È un fenomeno piuttosto raro nel mondo vegetale e ha sempre affascinato botanici e naturalisti.

Le bacche del Gigaro

Dopo la fioritura, la pianta cambia completamente aspetto, il fiore sparisce lasciando spazio alle velenosissime bacche.

All’inizio sono verdi, ma con il passare delle settimane diventano di un rosso intenso e brillante. Questo grappolo di frutti è talvolta chiamato “candeliere del gigaro” per la forma allungata e il colore acceso.

Le bacche attirano gli uccelli che contribuiscono alla dispersione dei semi.

Una bellezza pericolosa

Nonostante l’aspetto ornamentale, il gigaro è una pianta altamente tossica. Tutte le sue parti contengono cristalli di ossalato di calcio e altre sostanze irritanti che, se ingerite, possono essere letali.

Il contatto può provocare irritazioni cutanee. Le bacche rosse sono particolarmente pericolose perché molto appariscenti e talvolta attirano i bambini.

Quando il gigaro diventava farina

Nonostante la sua tossicità, in passato il gigaro veniva utilizzato anche come risorsa alimentare in tempi di difficoltà.

Il rizoma è infatti ricchissimo di amido. Dopo una lunga bollitura o un’essiccazione accurata (processi che neutralizzano le sostanze tossiche termolabili) poteva essere macinato per ottenere una farina.

Questa farina era conosciuta soprattutto in Inghilterra come “Portland sago”, o tapioca di Portland. Veniva utilizzata per preparare bevande calde oppure per inamidare i colletti degli abiti elisabettiani. In Italia, invece, talvolta veniva mescolata alla farina di cereali nei periodi di carestia.

Naturalmente la lavorazione richiedeva grande attenzione: senza una preparazione adeguata il consumo sarebbe stato estremamente pericoloso. Assolutamente sconsiglio a chiunque di provarci.

Foglie dell'Arum italicum
Foglie dell’Arum italicum

Il gigaro nella tradizione popolare

Nella cultura contadina il gigaro era circondato da numerose credenze. In alcune zone dell’Abruzzo era conosciuto come pan di serpe e gli venivano attribuite proprietà magiche.

Si pensava che potesse proteggere i neonati, allontanare gli spiriti maligni e persino favorire l’amore.

Alcuni agricoltori osservavano anche i colori all’interno della spata per cercare di prevedere l’andamento dell’annata agricola. Se le tonalità ricordavano quelle dell’olio, del grano o del mais, si interpretava il segnale come un presagio sul raccolto futuro.

Oggi queste credenze appartengono al folklore, ma raccontano molto del rapporto profondo che le comunità rurali avevano con le piante spontanee.

Un piccolo indicatore della salute del suolo

Dal punto di vista ecologico il gigaro può essere considerato anche un indicatore ambientale. La sua presenza è spesso associata a suoli ricchi di nutrienti, ben drenati ma con buona disponibilità d’acqua e generalmente con pH neutro.

In alcune aree agricole viene osservato anche per un motivo curioso: i cinghiali sono ghiotti dei suoi rizomi. Dove il gigaro cresce ai margini degli orti, questi animali tendono spesso a scavare prima alla ricerca dei rizomi e solo in seguito a spingersi verso le coltivazioni.

Una pianta piena di sorprese

Il gigaro è una di quelle piante che sembrano uscite da un manuale di botanica fantastica. Cresce quando le altre dormono, produce calore durante la fioritura, intrappola gli insetti per impollinarsi e nasconde veleni sotto un aspetto elegante.

È una presenza discreta dei fossi e dei boschi della campagna italiana. Eppure, osservandola da vicino, rivela un mondo di strategie evolutive incredibili.

Basta fermarsi un attimo e guardare meglio.

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